Ilaria Paluzzi, un'antica giovane passione per la scrittura

Pubblicato il da marinabisogno

Iaria-Paluzzi.jpgUna firma su un giornale parla. Una firma è un punto di vista, un oblò da cui osservare il mondo. Ilaria Paluzzi, classe 1985, pescarese, scrive, come me, per il Corriere Nazionale e a forza di leggerla, mi è venuta voglia di conoscerla meglio per condividere con lei un pezzo di strada. Scrive bene Ilaria: la sua scrittura è limpida e consapevole, il suo punto di vista percettibile.

 

Sei una freelance: quando è nata la passione per la scrittura?

La passione per la scrittura è antica. Quando andavo all'asilo rompevo le scatole a tutti perché volevo imparare a scrivere il mio nome, come, credo, gran parte dei bambini. Poi, l'esigenza di scrivere per raccontare è uscita fuori negli ultimi anni delle elementari, quando, d'estate, mi chiudevo in camera con la vecchissima macchina da scrivere di mia madre e battevo veloce su quei tasti arrugginiti racconti che parlavano prevalentemente di ballerine. Posso dire che con la penna vivo soprattutto una storia di antichi conflitti. Un qualcosa che ho sempre amato profondamente, un'esigenze fortissima che mi viene da dentro, come una voce che si propaga dalle viscere e che mi fa star male se non le do corpo. Ogni volta che di fronte a un foglio bianco lascio cadere la penna sul tavolo e vado via, è come se voltassi le spalle a un bambino che chiede di giocare, o serrassi le labbra di fronte al desiderio di qualcuno.

 

Non hai mai il timore di non avere la benché minima garanzia lavorativa?

So che la situazione è complessa. Ma le difficoltà non mi spaventano, anzi la crisi mi costringe a lavorare ancora di più per realizzare al massimo le mie capacità, e a scrivere fino ad avere le dita indolenzite. Di questi tempi, più che mai, è necessario comunicare, sturare con le parole e le idee le orecchie degli italiani, e dei ragazzi, soprattutto. Scrivo per  comunicare, nella speranza che chi legge riceva degli stimoli. A questo serve il giornalismo culturale. Perciò è importantissimo.

 

Curi Portraits, un blog dedicato all'arte e alle vite che l'attraversano. Cosa ti spinge verso questo genere di racconti, di certo poco convenzionali?

Inquadrare l'immagine di un artista mi permette di raccontare la storia di una vita intera, e proiettarla verso l'orizzonte infinito del suo futuro. È bellissimo venire a contatto con l'entusiasmo di queste persone, con la carica delle loro idee. Scrivendo di loro, quella carica e quell'energia, in qualche modo, diventano anche le mie. Raccontando la loro storia, scrivendola, soprattutto, loro diventano parte di me. Ho lanciato il blog quando ho incontrato Stefano Pavone. Ha iniziato a fotografare da pochissimo, e adesso è un mostro della fotografia. I suoi scatti sono travolgenti ed emozionanti. Quello che mi interessa di più della produzione degli artisti è il tipo di ricerca: non è importante quanto siano perfetti nella tecnica. Conta che siano persone intelligenti, che si facciano domande e che sfruttino l'arte per cercare delle risposte.

 

"Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio". Parole di Francesco Guccini, "Cyrano". A cosa ti fanno pensare?

Che la scrittura è un grosso campo di battaglia.

 

Hai la possibilità di raccontare il nostro tempo con una sola parola. Quale scegli?

Utopia. Questo è, e deve essere, il tempo dell'utopia.


 

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