Tutta colpa di Bret Ashley

Pubblicato il da marinabisogno

TheGameofLife.jpg“Al diavolo le donne, comunque. E al diavolo soprattutto tu, Brett Ashley” pensò Jake Barnes, protagonista e narratore di “Fiesta”, (primo successo di Hemingway, 1925, Parigi) chiuso nella sua stanza, mezzo ubriaco, in Spagna, durante la fiesta di San Fermin. Già, Bret. Sempre lei, col suo caschetto, il sorriso cosmico e la proverbiale eleganza inglese. Bret, che se saltava una cena o una bevuta con gli amici, pareva mancassero all’appello almeno sei persone.

Quella sera in albergo l’immagine di lei era ossessionante. Continuava a ronzare nella testa, succhiando via energie vitali. Era la prima volta che la malediceva, mentre l’immaginava chissà dove, chissà con chi. Jake ne era innamorato e lei lo corrispondeva, a suo modo, anche se era la compagna libertina di Mike, amico di Jake, anche se il loro amore era diverso da come lo immagineremmo oggi. Lui la seguiva da lontano, tra un’avventura e l’altra. Accettava la sua ritrosia a legarsi stabilmente ad un uomo, il suo timore di scolorire gli slanci della personalità come capitava alle altre donne.

Bret aveva tutti amici uomini, e almeno tre di loro l’amavano. Jake lo sapeva e vegliava sulla sua fragilità mista a determinazione, sulla sua leggerezza inebriante. La cercava tra la folla, e per farla felice le presentò persino il torero col viso di ceramica tanto sospirato. Lei si lasciava salvare solo da Jake, il caro, amato Jake. Sempre laconico e opportuno, sempre vicino a lei, nonostante le fughe e i capricci.

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