Il giardino dei limoni
Salma e Mira sono due donne. Una è palestinese, vedova e sola, l’altra è la moglie del ministro degli Esteri israeliano. Vivono una di fronte all’altra, separate solo da un rigoglioso limoneto che Salma ha ereditato dal padre, e a cui lei dedica tutte le sue cure. Apparentemente distanti, le due protagoniste del film “Il giardino dei limoni” di Eran Riklis sembrano destinate a non incontrarsi mai. Eppure, hanno in comune molto più di quanto potrebbero immaginare: solitarie, strette nel silenzio delle loro case a fare i conti con se stesse.
Il film è centrato sulla battaglia legale che Salma porta avanti contro il ministro, deciso a far recidere il frutteto per il sospetto che possa facilitare attentati o azioni violente contro la sua abitazione. Ma la vicenda legale è solo lo spunto per calare lo spettatore nell’illusorietà di certe distanze: distanze innaturali, conseguenza di convenzioni sociali insensate.
Quando tutto scivola via, quando il tempo ruba la freschezza dell’amore e i minuti si perdono tra le linee della mano, restano solo due donne, bellissime e incomprese, più forti degli uomini che hanno accanto.
L’albero è la metafora: è il limite che l’uomo non ha il coraggio di affrontare e che preferisce rinnegare, piuttosto che sfidare la sorte.
