Io, l'altra e me
I wanna wake up in that city, that doesn’t sleep,
to find I’m king of the hill top of the heap.
Meno di un minuto alle sette. Giusto il tempo di allungare il braccio, togliere la sveglia prima che squilli e trascinarmi in cucina. Il caffè gorgoglia nella macchinetta e io cincischio col giornale, terza pagina: “Un giorno ti svegli e non sei più la stessa”. Facile a dirsi, o forse non proprio. Se fossi diversa camminerei sotto altri cieli, stiperei la valigia di vestiti e libri e partirei, sentendomi sicura con una manciata di poesie sul comodino, la sera, e un p.c. a portata di mano. Non è tanto difficile questo gioco d’intenti immaginifici. L’altra me vivrebbe la vita sognata, quella senza padroni, al massimo qualche committente. Tra lacerti di fogli, perderebbe di vista biglietti, prenotazioni e disegni. Avrebbe qualche anno in più. o di meno, non so, (tanto che differenza fa), e se ne infischierebbe dell’opinione altrui, questo è certo. L’insicurezza, l’attaccamento agli affetti, la diffidenza mista al cinismo a lungo andare stancano. L’ideale sarebbe staccare la spina, arginare i pensieri confliggenti e curarne di nuovi, come fiori in un giardino.
Poi la radio suona "I need you" e di colpo non penso più niente, tiro via la spina proprio come farebbe lei, l’altra, me.