Silvia Lombardo: l'autoproduzione è la soluzione al precariato

Pubblicato il da marinabisogno

Silvia-Lombardo_ballata-dei-precari.jpg

 

Il precariato è una questione culturale, una macchia nera che si dipana ed invade tutte le sfere della vita, senza comparti stagni.

 

Se dico precariato tu pensi instabile, malsicuro. Silvia Lombardo, scrittrice e sceneggiatrice, invece, ha pensato che non se ne poteva più di giri di parole, di sogni a scadenza annuale, e che era ora di trovare una formula antidepressiva. “La ballata dei precari” (prima libro, poi film indipendente) è la sua risposta satirica al tempo bloccato, ad un diuturno status di quasi malattia.

 

Un giorno eri senza lavoro, hai aperto il pc e hai iniziato a scrivere quello che vivevi. Da allora cosa è cambiato?

Di certo è cambiata la mia consapevolezza. So che rischio di infilarmi in un discorso piuttosto astratto. La consapevolezza, infatti, difficilmente diventa commestibile, e al bancomat non produce cartamoneta utile per affitto e bolletta. Però, mi è servita a ripartire da zero. I tempi di cui tu parli risalgono ormai a 7 anni fa: nel frattempo ho capito che guadagnare così poco e non avere certezze poteva offrirmi il margine per tornare alle mie passioni. Ho lasciato il lavoro per due anni, mi sono trasferita in un’altra città, ho fatto un master in scrittura e nel frattempo lavoravo per mantenermi. Sostanzialmente la mia retribuzione non era cambiata, la mia soddisfazione lavorativa nemmeno, ma il resto della mia vita era decisamente migliorato perché in fondo al tunnel, finalmente, vedevo la luce. La consapevolezza mi ha aiutata a capire che difficilmente avrei trovato qualcuno disposto in maniera onesta a scommettere su di me: agli occhi di molte aziende, specie nell’ambito creativo e comunicativo, siamo tutti intercambiabili. La qualità del prodotto ha perso molto del suo valore, perciò poco male se a scrivere ci sei tu o chiunque altro. Oltretutto avevo quasi trent’anni: la maggior parte delle persone con cui ho sostenuto dei colloqui mi vedeva già incinta e quindi inservibile. Quindi ho capito che se nessuno dava valore al mio lavoro, avrei dovuto farlo io. Ho investito su me stessa e da quello sono ripartita. Non che abbia poi fatto chissà che cosa, ma ho scritto un piccolo libro e gestisco una minuscola casa editrice assieme ad altre persone. Minuscola ma, come si diceva una volta, di belle speranze. E poi continuo a tenere il mio lavoro precario, perché il resto non basta ancora per pagarmi l’affitto, sperando che i piccoli semi che ho sparso crescano.

 

Lavorare a progetto come subordinati,  con orari fissi seppure senza ferie, malattie o maternità. Qual è l’antidoto, secondo te, a questo quadro sconfortante?

Sembrerà folle, ma secondo me la svolta sta nell’autoproduzione. Per anni siamo stati sfruttati con ogni tipo di contratto. Spesso abbiamo lavorato gratis. Ora, però, sembriamo tutti esausti e stiamo cominciando a dire “no”. Così capita che un gruppo di ex precari dell’editoria, stufi della loro condizione, decida di far da sé e mettere su la Miraggi edizioni. Nascono idee dal basso, come nel caso della mia piccola Bel-Ami-Edizioni, sorgono realtà cinematografiche indipendenti, giovani stiliste aprono degli atelier in piccole botteghe cittadine (il caso de “Le sartine di Monti” che ho documentato per DonneSulWeb ), designer reinventano gioielli da materiali poveri a bassissimo costo. E poi ancora musica, cosmetici, locali, ristoranti. Assistiamo ad una nuova forma di imprenditoria, un modello pionieristico di piccola azienda, una sorta di nuova bottega che nasce dalle idee di una generazione cresciuta con la musica indie, con la tecnologia, con gli Erasmus, una cultura ricca e variegata, in grado di proporre qualcosa di nuovo laddove il mondo l'ha ignorata. La prima generazione di precari ora ha quarant’anni e si è resa conto di dover provare ad arrangiarsi, soddisfacendo anche la curiosità e la voracità di una sacca di utenti che il vecchio mercato non è più in grado di accontentare.

 

Ho l’impressione, che seppur tratto dal libro, il film abbia avuto una risonanza maggiore. Ho ragione? se sì, come te lo spieghi?

Il cinema ha una risonanza maggiore probabilmente perché coinvolge un pubblico più vasto, offre una più completa (diremmo multimediale) riproduzione della vita, anche se è poi sicuramente un’impresa più difficile da portare a termine. Ne sappiamo qualcosa noi che in 300, e praticamente senza soldi, abbiamo girato sei episodi comico- grotteschi. E ogni volta non sapevamo se saremmo riusciti a girare l’episodio successivo. Tutto sommato è stato un piccolo miracolo, ci abbiamo messo ben 3 anni e 7 mesi a passare dal primo ciak alla Prima al Teatro Valle occupato. Sono perciò pienamente d’accordo con quello che dici: pur essendo un’accanita lettrice, credo che il cinema ti regali un’emozione, forse meno intima, ma più da “pugno nello stomaco”, specie quando si parla di argomenti fortemente sociali come quello del precariato. Così come succedeva negli anni ’70 con tutti quei film che portavano sullo schermo, attraverso il registro della commedia, problemi epocali tipo il divorzio o la condizione della donna.

 

Hai detto che i blog, i social possono aiutarci a farci sentire meno soli, a ironizzare persino. Tutto giusto, ma non credi che, a volte, diventano un alibi per non guardarsi negli occhi, per non metterci la faccia? Insomma, al tamtam in Rete corrisponde un’organizzazione reale contro il ricatto del precariato?

Giusta osservazione. Con un bisturi si può uccidere qualcuno o salvare una vita umana: dipende da chi lo maneggia e con quali conoscenze e intenzioni. Mi chiedo cosa sarebbe successo se i mezzi che abbiamo noi oggi fossero stati disponibili durante il ’68. Noi siamo il paese delle lamentele in fila alla posta. «Signora mia: le zucchine sono sempre più care!», e poi la sera in tavola tutti servono frittata di zucchine. Alla giusta rimostranza, non segue mai l’azione. E questo è un problema culturale e non di utilizzo di un mezzo piuttosto che di un altro. Ci sono esempi di proficuo utilizzo del web, come nel caso de "La Repubblica degli stagisti", la testata di Eleonora Voltolina, la giornalista, mia coetanea, che si è presa la briga di indagare, censire, testimoniare, mediare il mondo sommerso degli stage e delle offerte di primo impiego scandalose. E questo è stato possibile soprattutto grazie al web. Quindi ripeto: è un problema culturale. Così come il precariato: non si tratta solo di legislazione e garanzie. Il discorso è più complesso e riguarda qualcosa che nelle alte sfere dirigenziali è andata perduta: l’etica del lavoro. Non so come imprenditori, istituzioni, grandi direttori del personale non si siano resi conto che ammazzare il potere di acquisto di intere generazioni avrebbe affossato l’economia. Questo può lasciare a noi, allora, lo spazio per ripensare i consumi, l’economia (fino ad oggi degli eccessi) e il modello del lavoro. Forse l’autoproduzione può essere davvero una strada. Volevano fare a meno di noi? Proviamo noi a fare a meno di loro.

 

Silvia Lombardo è nata a Roma, nel 1978.

Di lei dice: «Ho cominciato a lavorare subito dopo il liceo con un contratto co.co.co. e già la cosa mi risultava strana, visto che da bambina degli anni ’80 sognavo un futuro di gloria.  E, infatti, a 29 anni, messe da parte le mie pulsioni artistiche per un impiego più stabile, mi sono ritrovata con una quasi laurea in sociologia, un quasi lavoro a finta partita Iva, un quasi stipendio da 998€ lordi al mese per 11 mensilità, e una quasi vita senza maniglione antipanico. Così ho deciso di mollare tutto e studiare scrittura. Oggi lavoro come web editor con un contratto precario, scrivo libro umoristici (finora uno, ma sono ottimista), giro cortometraggi e sono una documentarista in cerca di produttore.»

 

 

 

Con tag articoli

Commenta il post